Biblioscrittura

Biblioscrittura – Laboratorio di scrittura creativa

Metodo, testi di partenza e testi di arrivo

a cura di Agostino Arciuolo e Magda Indiveri

In principio fu l’errore. Quante invenzioni clamorose, quante narrazioni avvincenti affondano le loro radici in un errore, in una incomprensione, in un disguido. L’errore meriterebbe di essere esaltato e celebrato, eppure solo alcuni illuminati, come Gianni Rodari, l’hanno fatto.

Da un errore comincia anche il percorso, oramai ben consolidato, della Scrittura Creativa. “Ho nuotato fino alla riga” scrisse sbagliando il piccolo scolaro di Elisabeth Bing, psicologa ed insegnante francese che usò quella frase per il titolo del suo manuale, il primo e ancora studiatissimo (una nuova edizione italiana è uscita da poco) che ha portato alla luce il valore della scrittura creativa, o meglio della riscrittura.

Già, perché riscrivere si pone come secondo tempo del leggere: una forma di introiezione, di appropriazione delle parole dei grandi autori, non per imitarli ma per farli propri: esattamente come si fa smontando e rimontando un congegno o trasformando una fetta di torta in energia.

Ma la genialità del percorso è che oltre all’avvicinamento, alla comprensione del testo, avviene una metamorfosi in cui metto me stesso sul foglio, mi capisco più a fondo, mi apro. E questo fiorire lo offro in ascolto agli altri. La fase del dono, della messa in comune con la lettura ad alta voce è essenziale in un circuito che, l’avrete capito, è sicuramente di grande coinvolgimento.

Nell’anno II del Covid questa magia è avvenuta: abbiamo lanciato un laboratorio di scrittura, l’adesione è stata altissima (oltre ogni più rosea aspettativa), ci siamo divertiti e appassionati. Forse abbiamo anche imparato – i prof prima di tutti!

Altra bella sorpresa è stata scoprire che questo senso del mettersi in gioco è passato anche attraverso la distanza degli schermi. Ognuno davanti al proprio, siamo riusciti nonostante tutto a sentirci parte di questo percorso comune, partito da una sorta di “grado zero” della scrittura fino alla sperimentazione delle prospettive e dei punti di vista più strambi, passando attraverso esercizi di stile, libere associazioni e neologismi di freschissimo conio. Il tutto senza rinunciare all’approccio cooperativo e laboratoriale che fin da subito è stato posto come ingrediente irrinunciabile, cercando di sfruttare al meglio le possibilità di condivisione offerte dalla piattaforma su cui si sono svolti gli incontri.

Ecco dunque una guida e una scelta: con una bellissima parola desueta, un florilegio, mini-antologia degli scritti più significativi del primo dei due moduli in cui si è articolato il laboratorio. Scritti che i nostri “biblioscrittori” hanno letto ad alta voce durante gli incontri, attivando microfoni troppo spesso lasciati spenti. Scritti che, raccolti insieme e messi in fila, uno dopo l’altro, vanno a formare una miscela potente da cui trapela il vissuto dei ragazzi, le loro chimere, i loro slanci altrimenti inespressi, la routine e le ansie da lockdown.

Ringraziamo tutti, scrittori per l’infanzia e filosofi, romanzieri e poeti, scienziati e inventori, per essere stati con noi. Ringraziamo gli studenti che si sono fidati e hanno riscritto; e il liceo Galvani che si è messo in gioco. Non si tratta di un gioco inutile e neutro: «Tutti gli usi della parola a tutti» scrisse quel tale di prima, Rodari, appoggiato da Don Milani e da tanti pedagogisti importanti. E non è questo l’obiettivo principale di una scuola?

Buona lettura dunque, ma attenzione: genera voglia di scrivere!

                                                                       

1° esercizio. L’esercizio di apertura del laboratorio è consistito nell’invitare ogni partecipante a elencare, semplicemente, tre cose che gli piacciono e tre cose che non gli piacciono. Un esercizio facile facile, per svolgere il quale è bastato saper tenere una penna in mano (o una tastiera sotto le dita) e conoscere i rudimenti, l’abbiccì della grammatica italiana. Una sorta di grado zero della scrittura, si diceva, per rompere il ghiaccio e gli indugi; una linea di partenza che fosse alla portata di tutti e che servisse, tra l’altro, per presentare se stessi al gruppo – composto da studenti provenienti da classi miste, del biennio come del triennio, e non tali perciò da conoscersi l’un l’altro. Un esercizio semplice e senza grosse pretese, che non manca però di un riferimento filosofico-letterario ben preciso (come poi del resto i successivi), ovvero l’elenco di gusti e disgusti, preferenze e avversioni, che si trova nell’opera dal titolo “Barthes di Roland Barthes”, sorta di autobiografia scritta – indovinate un po’ – da Roland Barthes, sì, il celebre autore francese del secolo scorso. Ecco di seguito alcuni dei mini-elenchi stilati dai nostri “biblioscrittori” in erba, con l’invito a guardarsi intorno e lasciarsi guidare dai sensi, dal vissuto concreto, dai fastidi come dalle piccole gioie quotidiane.

Mi piacciono gli abbracci stretti, il rumore del mare, sdraiarmi su un prato fiorito in primavera. Non mi piace il suono della sveglia al mattino, avere fretta, la geometria. (Margherita Fantini)

Mi piace svegliarmi ogni giorno e abbracciare i miei amici e le persone a cui voglio particolarmente bene. Mi piace leggere con un bel tè caldo e il mio cane che dorme di fianco. Mi piace fare maratone di Criminal Minds. Non mi piace sporcarmi di fango. Non mi piace la superficialità. Non mi piacciono i ragni. (Nicole De Socio)

Mi piace il suono del pianoforte, il rosso e l’oro del teatro, le vetrate ampie. Non mi piace chi mi chiama per cognome, le persone autoritarie, le pareti spoglie. (Elettra Cavrini)

Mi piacciono le giornate di sole tranquille che posso trascorrere sdraiata nel mio giardino. Mi piace viaggiare. Mi piace il silenzio che c’è in montagna. Non mi piace la sabbia sulla pelle bagnata. Non mi piace ascoltare mia cugina lamentarsi al pranzo della domenica. Non mi piacciono i legumi. (Emma Sara Casoni)

2° esercizio. Il secondo esercizio, a chiusura del primo incontro, è consistito nel rispondere a una domanda. Una di quelle che fanno di solito i bambini nel coglierci alla sprovvista, tanto ingenue da risultare disarmanti, elementari al punto da metterci in difficoltà. Per il fatto, se non altro, di costringerci a riflettere su un aspetto del vivere a cui non avevamo mai pensato sul serio o che, forse, avevamo sempre dato per scontato. Lo stimolo letterario, in questo caso, è venuto da “Il libro dei perché” di Gianni Rodari, raccolta di domande a cui il noto maestro e pedagogo – punto di riferimento imprescindibile per chiunque voglia approcciarsi alla scrittura creativa – prova a rispondere col suo stile leggero e profondo insieme, in quel tono delicato che oscilla tra il serio e il faceto ma senza una chiara soluzione di continuità, affrontando le questioni con ironia senza mai però aggirarle. La domanda posta, nella fattispecie, è stata “perché si ride?” Ognuno ha provato a dare la sua risposta e dopo, soltanto dopo averle lette tutte, siamo andati a sbirciare l’originale tra le pagine del libro di Rodari. L’effetto è stato tale da lasciarci con un sorriso, per l’appunto, e con le poche altre parole per salutarci e darci appuntamento al secondo incontro.

Istruzioni per l’uso: allungare gli angoli della bocca il più possibile fino alle orecchie, socchiudere leggermente gli occhi e sporgere gli zigomi. Si prega di utilizzare il procedimento appena illustrato solamente in occasioni di gioia, stupore, scherno e derisione, riconoscenza. Tenere assolutamente alla portata dei bambini. La direzione si raccomanda di evitare totalmente qualsiasi forma di pianto ed espulsione di lacrime, in quanto potrebbe provocare un cortocircuito. (Sofia Vicariucci)

Si ride fin da subito senza sapere il perché, ma il guaio arriva quando si acquista la consapevolezza di ciò che si sta facendo. Da quel momento in poi si tende a dosare la risata, a seconda della situazione: alcuni la sfoderano quando si sentono in imbarazzo, per mascherarlo, altri quando sono in compagnia di amici, per dare l’impressione di starsi divertendo, altri ancora per difendersi da un pericolo o raggirarlo. Io, però, preferisco utilizzarla davanti a domande come questa, per ribadire a me stessa il fatto che non esista né una sola risposta né una risposta più valida delle altre a questo quesito. (Francesca Solmi)

In realtà ridere viene spontaneo e più cerchi di trattenerti più diventa impossibile non scoppiare in una fragorosa risata. Credo che sia qualcosa di necessario, sia per noi che per la nostra faccia. Per ridere si usano dodici muscoli, e penso che farli restare addormentati per troppo tempo non sia corretto nei loro confronti. […] A volte non si ride per molto tempo, e può succedere o perché veramente non si riesce a farlo a causa di fattori esterni o perché ci si vuole costringere a non farlo e dimostrare che si è forti abbastanza da non cedere, come quando hai già deciso che vorrai tenere il broncio alla mamma dopo che ti ha urlato che non potrai andare alla festa con i tuoi amici, ma non riesci a trattenerti quando poi la vedi ballare in cucina sopra le note di una canzone. Succede a volte, di volerlo trattenere ma semplicemente non si può. Ridere è come una scossa di elettricità, una specie di schiaffo-carezza quando sei sovrappensiero. E fa bene, un po’ come la mela al giorno che toglie il medico di torno. (Michela Lambertini)

Potrei dirti che è un riflesso che appartiene all’enciclopedia genetica degli uomini. Potrei dirti che ridi perché sei felice o allegro, per smorzare la tensione o per mille altri motivi. Ma la verità è che non lo so: certe cose le fai e basta. (Anton Popov)

La risata è una strana sensazione, anche se essenziale, come il pane per denti famelici. La risata non si premedita, esce spontanea come i fiori fanno capolino in primavera e le foglie si arrendono al freddo invernale. Si ride perché è bello, perché abbiamo bisogno di scostarci, anche solo per un momento, da ciò che ci circonda ed imprimere sul nostro viso uno squarcio di ciel sereno. (Matilde Patelli)

Ridere istericamente, ridere a una squallida battuta del capo, ridere dopo aver preso due, ridere. Ridere è l’ennesimo segno che aggiunto a molti altri permette alla società di etichettarci come pazzi, come subordinati fedeli… Insomma, per rispondere alla domanda, si ride perché si vuole o si deve dimostrare qualcosa. (Sveva Grisolia)

Si ride perché esiste la serotonina, si ride per la simpatia di qualcuno, per una parola in più, una in meno o per un’altra pronunciata male. Si ride perché ci si inciampa, perché si cade e perché non si può sempre piangere, si ride per prendere posizione. (Elettra Cavrini)

3° esercizio. Strumento basilare nella cassetta degli attrezzi di chiunque scriva, oltre che materia prima da scavare e modellare, è senza dubbio la parola. Le parole, anzi, al plurale, coi loro utilizzi e le mille potenzialità che recano in sé: il terzo esercizio, primo del secondo incontro, si è svolto chiedendo a ognuno di inventarsene una, un neologismo senza un significato preciso, un termine preso magari dal gergo di famiglia o del proprio gruppo di amici, una successione di lettere e sillabe anche casuali, sconnesse, strampalate. La lettura che ne ha fornito lo stimolo è stata, in questo caso, l’incipit di “Lessico famigliare” di Natalia Ginsburg, coi suoi vari “potacci” e “sbrodeghezzi”. Dopodiché, ognuno ha regalato il neologismo di suo conio al “vicino di elenco” senza svelargliene l’origine (in presenza sarebbe stato il vicino di banco ma, in questo come in altri casi, abbiamo fatto di necessità virtù), con la consegna di scrivere una frase o una breve scenetta da cui emergesse il significato attribuito, sulla base di un’assonanza o di una suggestione anche soggettiva, alla parola assegnata. In fase di lettura, si è proceduto prima leggendo i brevi testi scritti e poi chiedendo al coniatore della parola se il significato attribuitole dal compagno o dalla compagna si avvicinasse a quello da lui o da lei pensato, e così via fino a richiudere il cerchio. Il bello è stato scoprire che, nella gran parte dei casi, i significati non solo non coincidevano ma finivano spesso per divergere in maniera sorprendente.

“Pippicante” – Un pulcino ha appena imparato a camminare. Non è ancora in grado però di farlo per molto tempo: inciampa, è pippicante, instabile e ogni due o tre passettini cade. (Angelica Giannotti)

“Impiccionamento” – Tutti erano attorno ai ragazzi e bisbigliando cercavano di capire quel che stava accadendo, sebbene non conoscessero i due giovani. Un uomo si avvicinò, sembrava conoscere i ragazzi e iniziò a gridare: “Qui c’è aria di impiccionamento, sarà meglio che ognuno pensi agli affari propri invece che a quelli degli altri”. (Micol Menasci)

“Cartalanzare” – È importante non cartalanzare, perché si può dare facilmente vita a nuovi oggetti da quelli già utilizzati in passato e che ora non servono più. Si possono creare sculture o opere artistiche anche solamente attraverso oggetti cartalanzati. (Matilde Patelli)

“Proprigio” – Questa mattina a scuola ero stanchissima, le palpebre quasi si chiudevano e la mia mente era ancora velata dal sonno. Alla prima ora la prof di matematica interrogava su tutto il programma finora svolto e io, confusa com’ero, non riuscivo nemmeno a ordinare coerentemente le parole, che sembrava mi  frullassero in testa come farfalle, figuratevi a fare esercizi e problemi! E, proprio mentre la prof leggeva il mio nome, un mio compagno si è alzato offrendosi per l’interrogazione. Ah che proprigio divino! (Margherita Fantini)

“Parlocco” – Ho incontrato un signore per strada, strano a vedersi e a sentirsi, vestiva in maniera particolare e parlava con qualcuno che solo lui vedeva. Sarei stata felice di conoscere il fantasma misterioso ma il signore mi è passato accanto correndo, non ho fatto in tempo a parlargli. Non so voi ma a me sembrava un po’ parlocco. (Camilla Graziani)

“Angrillaia” – Quando sul calar del giorno le nuvole si tingono di fuoco e l’aria si veste di soffocante nostalgia, è allora che puoi sentire l’angrillaia, non vedere, udire, odorare, ma semplicemente sentire. Un grido che proviene da ogni parte, ma silenzioso, confinato dentro di te. Nessuno può sentire arrivare l’angrillaia come la sente qualcun altro. Ti parla al cuore. C’è chi ha cercato di dipingerla, di metterla in musica, ma la verità è una sola, e tutti in realtà la conoscono. L’angrillaia fa troppa paura per individuarla pienamente. Perché quando ti avvicini troppo all’angrillaia, non sei più tu a sentirla, ma è lei che ti ascolta, che ti guarda. (Daniel Ghinello)

“Dislotante” – Lunedì scorso ho fatto la verifica di matematica. Sebbene mi aspettassi che non sarebbe stata un’impresa facile, speravo almeno di non trovarmi in una situazione dislotante. Soprattutto, quando sono arrivata alla parte dei problemi, non sapevo assolutamente cosa fare, e avevo poco tempo; per cui ho cercato di inventare soluzioni ad esercizi che più dislotanti non ho mai visti. (Sofia Baiesi)

“Vegescriveretere” – Caro diario, questa è la giornata perfetta, oggi per la prima volta vegescrivereterò. Dopo sei lunghe ore passate a scuola, la fame ormai si faceva sentire, tornata a casa sulla tavola c’era solo un triste piatto di carote e fagioli. Finito il pranzo passai il pomeriggio a studiare sperando in una bella cena sostanziosa, ma appena entrata in cucina vidi che mi aspettava solamente un piatto colmo di insalata e peperoni. (Matilde Giordani)

4° esercizio. A proposito di neologismi e parole inventate, non abbiamo potuto fare a meno di chiamare in causa Lewis Carroll e la sua celeberrima Alice. In un brano tratto da “Alice attraverso lo specchio” è riportato un dialogo (o, per meglio dire, un trialogo) tra la protagonista, una “falsa-tartaruga” e un grifone petulante circa le fantomatiche materie di studio di un’ancor più fantomatica scuola: dal “disgegno” al “mistero” passando per lo “svenimento nelle folle”. L’invito ai “biblioscrittori” è stato allora di inventarsi una disciplina inedita che vorrebbero s’insegnasse nella scuola dei loro sogni (o magari in quella che realmente frequentano). Ne sono venute fuori di ogni, e se la dirigenza del Galvani volesse mai trarvi spunto per la creazione di un qualche nuovo indirizzo, non ha che da chiederci i non-diritti d’autore. Ecco di seguito qualche proposta.

Nella mia scuola c’è una materia molto particolare, la lettomatica. È molto semplice, ma bisogna prenderla veramente sul serio, si deve stare nel proprio letto possibilmente sotto tante e calde coperte e bisogna riuscire a contare quante più pecore possibili prima di addormentarsi. Esiste anche un torneo tra le varie scuole, ma è molto complicato organizzarlo perché i partecipanti discutono sempre sul fatto che i letti non sono tutti morbidi uguali e per questo c’è sempre qualcuno che si addormenta prima rispetto a quanto fa di solito durante le lezioni. (Alice Giupponi)

Frequento una scuola un po’ particolare. Non studiamo le classiche materie, ma ci occupiamo di discipline fuori dagli schemi. Una delle mie preferite è quella chiamata libranza. A primo impatto si potrebbe pensare che si tratti di un semplice corso di lettura, invece è molto più di questo. È come prendere un aereo e partire per chissà dove, ma in questo caso il viaggio avviene tra le pagine di un romanzo. Si viene catapultati nello scenario fantastico in cui è ambientata la storia, proprio nel vero senso della parola. Si possono vedere con i propri occhi i luoghi incantati di un mondo parallelo che prima era solo possibile inventare. È come se l’immaginazione si concretizzasse in realtà. (Chiara Gallo)

Nella scuola che vorrei, oltre alle solite materie, ce ne sarebbero anche alcune per imparare a vivere da soli, o perlomeno per essere più indipendenti, come adulter, corso su come imparare a gestirsi da soli, pagare le tasse, eccetera. Un’altra materia è deimbarazzamento, su come uscire da situazioni imbarazzanti, e sfurbimento, su come imparare ad essere più furbi nella vita. Ma non mancherebbero attività più divertenti, come divertenza, che tratta su come divertirsi in sicurezza. (Giulia Gobbi)

Nella mia scuola vorrei che ci insegnassero temptraversata, però bisogna capire molto bene la tempsifica e la spazifica per capire temptraversata. Meno male che con il prof Neistengh si capisce tutto al primo colpo, devi solo avere fortuna e non trovare il prof Newtwo. (Jacopo Tella)

Penso di essere davvero fortunato ad andare in questa scuola, poiché faccio una materia unica: si chiama tempassologia. La parola tempologia deriva dal verbo tempassare, composta a sua volta da due parole: tempo e passare. Durante questa materia gli studenti imparano a non lasciare passare il tempo, ma a sfruttarlo; recentemente abbiamo fatto una verifica di questa materia e consiste nella quarantena; dopo questa esperienza il prof ha capito chi conosce il vero valore del tempo. (Giulio Cotti)

Nella mia scuola ideale bisognerebbe approfondire la realtà che ci circonda, a partire dai cinque sensi con cui la percepiamo. una delle materie fondamentali, legata al senso della vista è la cromologia, in cui si approfondisce la dialettica dei colori: partendo dalla terna dei primari arrivando a scoprire le mille e una sfumature esistenti. (Sveva Grisolia)

Nella scuola che vorrei una delle materie più importanti sarebbe pillosuer, in cui tutto ciò che devi fare è sederti comoda in un posto sicuro prendere un cuscino che abbia la forma il colore e il profumo che più ti piace e urlare tutte le parolacce e gli insulti che ti capitano e che non hai mai detto per paura o per imbarazzo. Le lezioni sono tenute da un vecchietto pacifico che non ti giudicherebbe se dovesse scapparti qualche parola di troppo. (Michela Lambertini)

Esiste, molto lontano da qui, un mondo un po’ particolare in cui, ormai, vivono solo gli animali, che ovviamente hanno appreso l’arte della parola. In questo mondo si narrano leggende fantastiche di ere passate in cui esistevano ancora gli uomini e governavano il mondo. Da quell’era così lontana agli animali sono rimaste solo le discipline scolastiche che i loro bisnonni impararono ascoltando i loro padroncini ripetere tutti i giorni ad alta voce. Insegnarono così quello che avevano ascoltato per anni ai loro figli, e ai figli dei loro figli e ai figli dei figli dei figli. Tra tutte le materie arrivate dagli umani, ce n’è una che affascina sempre ogni cucciolo e che nessuno è mai riuscito a comprendere a pieno, la falsologia. Materia intrigante quanto oscura, che si studia solo teoricamente e non si può realizzare nella vita attuale. (Camilla Graziani)

Nella mia scuola dei sogni vorrei che insegnassero queste materie fuori dall’ordinario. Tuttologia: imparare in un’ora il maggior numero di informazioni, spesso scollegate tra loro. Arte della felicità: insegnare come apprezzare una qualsiasi situazione. Mitolstoriologia: in ogni lezione si studia la storia e gli eventi principali di un personaggio illustre del passato o di un personaggio mitologico. (Giovanni Ercolani)

Mi avvicinai all’alieno Pif che mi rivolse uno sguardo dalla sua altezza di due metri e mezzo. “Come funziona qui la scuola?” chiesi. “La scuola qui è magnifica! Studiamo volo di navicelle, neutralizzazione di umani e galassia! Ma la mia preferita è di sicuro l’amor proprio!” “Che materia è?” chiesi titubante. “Oh, ma è semplice! L’amor proprio è una materia che occupa molto spazio nella settimana. È divisa in due parti: la prima parte è dedicata all’osservazione”. “Osservazione? Di cosa?” Pif sorrise e mi rispose: “Ognuno ha il suo specchio. Il professore ci mette davanti al nostro personale e non possiamo uscire dall’aula finché non elenchiamo almeno tre cose che ci piacciono di noi. La seconda parte invece consiste nello scrivere tutti i nostri pregi sopra un foglio e poi aspettiamo il voto. Sulla terra non c’è questa materia?” “No” risposi, “eppure vorrei tanto che provassero ad insegnare come amarci un po’ di più”. (Carlotta Coco)

Anni fa, quando io ero ancora giovane e arzilla, la scuola era del tutto diversa. Ancora non esistevano tutte queste nuove tecnologie incomprensibili. E quegli strani materiali… com’è che li chiamate? Mattoni, giusto! E quell’altro, il calcestruzzo… Una volta, ti stupirò, la scuola era interamente costruita in vetro. I muri, i banchi, le lavagne, le penne: ogni cosa era di vetro, e tutto l’apprendimento girava intorno a questo. La disciplina più importante, certamente, era l’invetriatura, conoscenza senza dubbio fondamentale da acquisire allora. Poi c’era il riciclo. Con tutto quel vetro in giro, spesso gli oggetti si frantumavano, e certamente sarebbe stato un grandissimo spreco dover liberarsene. Per questo motivo, s’insegnava agli studenti come poter riutilizzare questo bene prezioso. (Emily Middelhoff)

5° esercizio. Il terzo incontro si è aperto con una richiesta a bruciapelo rivolta a cinque “biblioscrittori” presi nel mucchio, di scegliere cioè una lettera dalla a alla z. Il motivo? Comporre una frase di senso compiuto con parole che avessero per iniziali le lettere scelte (e in quell’ordine preciso). Questo giochino porta il nome di “acrostico”, e non sono stati pochi gli autori che nel corso dei secoli vi hanno fatto ricorso: da Boccaccio, che ci scrisse un intero poema (intitolato “Amorosa visione”), ai rappresentanti della più recente scuola francese dell’OuLiPo, acronimo di Ouvroir de Littérature Potentielle (acronimo, in questo caso: non acrostico!). Le frasi composte hanno rivelato delle connessioni curiose e singolari, a volte implicite e a volte meno, come la ricorrenza di un Zorro in vesti da furfante oppure di situazioni come lo stare a tavola in cucina o al lavoro in un orticello (quasi a presagire un esercizio del penultimo incontro, di cui si dirà a tempo debito). Eccone qualcuna, nell’ordine che ci è parso più naturale (le iniziali della prima frase sono in ordine inverso, ma si è trattato di una licenza consentita).

C, M, E, A, I:

Ines apparecchiava e mangiava contemporaneamente (Emily Middelhoff)

Carolina, mangiando entusiasta, annuiva insistentemente (Angelica Giannotti)

Come mai erra? Affinché impari (Micol Menasci)

Continuamente muoio e amo io (Michela Lambertini)

Ci manca essere ancora insieme (Chiara Gallo)

F, Z, R, B, P:

Fastidiose zanzare ronzano bisbigliando piano (Alice Muzzi)

Finché zappo ritengo bello parlare (Margherita Fantini)

Federico zappa ravanelli belli polposi (Filippo Salvago)

Forse Zorro ruba barbabietole passeggiando (Giulia Tori)

Frequentemente Zorro rapisce bambini parigini (Davide Amorati)

6° esercizio. Anche l’esercizio successivo ha preso le mosse dall’acrostico. Non però, questa volta, allo scopo di formulare frasi di senso compiuto, bensì di esplorare il campo semantico di alcune “parole-madre” (ovvero autunno, giardino, silenzio, infanzia, viaggio), una per ciascuno dei gruppi creati per l’occasione. Nella prima fase dell’esercizio, svoltasi individualmente, ognuno ha ruotato in verticale la propria parola-madre e per ogni lettera ha trovato una “parola-figlia” che ne illuminasse i significati meno scontati, più insoliti o magari nascosti, scovati in zone del campo semantico che solitamente restano nell’ombra, ai margini. Nella seconda fase dell’esercizio, svoltasi invece in modalità collettiva, ognuno ha messo le proprie parole-figlie a disposizione del gruppo con la stessa parola-madre assegnata, un po’ come carte scoperte sul tavolo da gioco. E un gioco è stato, in effetti, quello di creare assieme un componimento poetico che avesse per tema la parola-madre ma cercando di utilizzare quante più parole-figlie fra quelle trovate. E inventandone di nuove, anche, come nell’incontro precedente, sulla scia delle poesie di Fosco Maraini raccolte in “Gnosi delle fànfole”. Di una in particolare, “Il lonfo”, letta e ascoltata nell’esilarante interpretazione di Gigi Proietti. Di seguito i componimenti (l’ultimo dei quali, per libera scelta del gruppo, è stato a sua volta scritto in forma di acrostico).

~

Silenzio

Sveglio la notte quieta, ma non mi alzo.

Chi? Io e nessuno, tasto e scaspo. 

L’ombra passeggia in segreto, bruscando, ma mai si fa lusicare.

La sua giornata è brambosa: si insinua nelle case,

 caspa nei giardini, il suo ritmo è estenuante.

 Suo migliore amico è l’imbarazzo, armilda misteriosa 

che in sua compagnia vaga sempre e mai riposa.

La sera arrivò, e con essa anche il silenzio. 

Lento, zitto, aspettando il mattino, poterente sul mondo.

Inattivo, immobile, nell’ombra della sera.

~

Giardino

In un piccol gial giardino 

si nasconde un narchideo: 

un rampicante disordinato

che se innaffiato diventa un piccolo dattero.

Nel caruccio giardino disordinato 

un bambino fraccheggia di qua e di là e si dirige al dondolo illuminato

opiscando i gelsomini e le rose 

che sono ormai rigogliose.

Uno gnomo cercò di ralarmi

subito fui impaurito, e mi nascosi tra i rami

una volta capito che era granto

uscii dalla aiuola e gli strinsi il bismanto.

Lo zipzigo dei ramoscelli, 

il colore dei datteri belli

l’odore del gelsomino 

vicino al gialbianco narciso.

Lo gnometto dispiaciuto,

poiché il suo dente di leone aveva perduto

ha impiantato nell’aiuola gironda della gioia gioconda

così il giallo ha impollinato quel tentativo disperato.

~

Autunno

Un guadrigildo ti assale, la noia ti colpisce

vuoi uscire nel materio bensì si intuisce

che il tempo rimasto è ormai puntellinato

e torni indietro dunque triste e sconsolato.

Nuvole ombropiene nel cielo in volo

speriamo sia un temporale rapido solo

la nebbia grigiosa si alza coprendo lo spettacolo.

L’umidità farsetta nel terraccio come un canguro

folle saltilla nel cortiletto oscuro

si riventa vicino all’ombroso paguro.

Vedo gli uccelli nascosti tra gli alberi

fermi e immobili come se fossero negl’Inferi,

questa dell’autunno è la triste natura

silenziosa e ferma quasi da far paura.

~

Infanzia

I lego sparsi a terra

I soldatini sempre in guerra 

Barbie e castelli 

Maghi e acquerelli 

Immaginazione

Di bambini ce n’è un’invasione

Strabusano e starbusano

Sugli scivoli rufolano

Brusano una favola

Devastano la tavola

Se li senti sgusciolare

Scappa o ti costringeranno a giocare

~

Viaggio

Valigia, passaporto, aereo e via

Isola, montagna, città che sia

Atterra l’immaginazione, pronta alla gita

Girovaga in sogno, incontra la vita

Gioca givando, gira gianta e giuva

Intende l’amore dell’ultima diuva

Oltre l’orizzonte si imbarca l’addio

7° esercizio. Argomento del quarto incontro è stato lo stile: ognuno ha messo alla prova il proprio cimentandosi con un altro classico della scrittura creativa, gli “Esercizi di stile” di Queneau, scrittore del Novecento francese appartenente alla scuola dell’OuLiPo – la stessa di cui si era detto nell’incontro precedente. La sfida di Queneau è stata quella di riscrivere una semplice scenetta in cento modi diversi (novantanove, per la precisione) adottando uno stile di volta in volta differente, dall’esclamativo all’onirico, dal filosofese al burocratico, dal tema delle elementari al comunicato stampa. Dopo aver letto la scenetta nella sua versione “standard” (riportata anche di seguito) i “biblioscrittori” e le “biblioscrittrici” hanno scelto uno stile tra quelli utilizzati da Queneau, potendosi però confrontare solo con la versione standard e non anche con le rispettive variazioni stilistiche dello scrittore francese – che sono sì state lette ma solo alla fine, dopo aver sentito la voce di tutti. Già la scelta di uno stile piuttosto che di un altro è stata indicativa rispetto alle attitudini di ognuno. Si è trattato, in ogni caso, di una sperimentazione che ha animato la ricerca di una cifra stilistica personale.

Notazioni (versione originale di Queneau) – Sulla S, in un’ora di traffico. Un tipo di circa ventisei anni, cappello floscio con una cordicella al posto del nastro, collo troppo lungo, come se glielo avessero tirato. La gente scende. Il tizio in questione si arrabbia con un vicino. Gli rimprovera di spingerlo ogni volta che passa qualcuno. Tono lamentoso, con pretese di cattiveria. Non appena vede un posto libero, vi si butta. Due ore piú tardi lo incontro alla Cour de Rome, davanti alla Gare Saint-Lazare. È con un amico che gli dice: «Dovresti far mettere un bottone in piú al soprabito». Gli fa vedere dove (alla sciancratura) e perché.

Precisazioni – Erano le sei e ventuno del pomeriggio e all’interno di una S che poteva contenere al massimo una ventina di persone, un uomo dall’età di ventisei anni, portava un cappello floscio con una cordicella al posto del nastro. Aveva un collo due volte più lungo di tutti i passeggeri presenti. Notai che il giovane si arrabbiò con un individuo a lui vicino, una persona timida ed insicura. Dunque, il prepotente con una voce forte e intimidatoria, gli disse di non spingerlo ogni volta che qualcuno passava. Poi, dopo un minuto e dieci secondi, vedendo sette metri e trentanove centimetri più indietro un posto libero, ci si buttò sopra con estremo affanno. Un’ora e quarantasei minuti dopo, lo vidi di nuovo alla Cour de Rome, davanti alla Gare Saint-Lazare. Era lì, appoggiato ad un muro, con un suo compare che gli stava consigliando di aggiungere un bottone al soprabito, precisamente vicino al colletto, per risaltare maggiormente la qualità del vestito. (Mattia Imperato)

Esitazioni – Sul 13, di prima mattina. Un uomo… Ah no! Era il 19, sì il 19, in un’ora di traffico. Ecco sì. Un uomo sui 20 anni, o forse 25, aveva un non so che, un qualcosa di strano… Mi sembra fossero gli occhi. Ah no, era il collo, era estremamente lungo, si notava subito. Aveva anche un cappello! La gente saliva, o forse scendeva… Insomma, c’era gente intorno a lui. Ad un certo punto il tizio si arrabbia con qualcuno, lo spingeva… o forse era l’altro a spingere lui e per questo si era arrabbiato. Vabbè, quello che era stato spinto si lamentava, e questo è certo. Dopo qualche ora, 2 mi sembra, o forse 3, lo rivedo. Ero in piazza della Vittoria e lui non era da solo. C’era una donna, o forse un uomo. Parlavano di qualcosa riguardante il cappotto perché l’amico, o amica, ne indicava la stoffa e il tizio annuiva. (Angelica Giannotti)

Sogno – Su un bus, la linea non la so, mi ci sono trovata per caso dormendo, mi rendo solo conto che siamo fermi, forse per il troppo traffico. Un tipo giovane, lo vedo dai vestiti perché la faccia non ce l’ha, indossa un cappello floscio con una cordicella al posto del nastro ma potrebbe anche essere un nastro, non riesco a vederlo. Sì, avrà circa 26 anni, il collo è lungo come una strada ma non porta a nessun posto, nessun volto. La gente scende e questo lo vedo. Il tizio in questione si arrabbia con un vicino, questo invece lo sento ma non chiaramente, la lingua che parlano è assurda, il tono è percepibilmente lamentoso, con una nota di cattiveria. Si allontana da me, non mi è permesso girare la testa, ipotizzo abbia trovato un posto a sedere. Qualche secondo dopo, lo ritrovo in un luogo mai visto prima, il mio inconscio lo mostra  con un amico, gli sta dicendo di aggiungere un bottone al collo e chissà perché non al soprabito. Gli indica dove e gli indica anche il perché. (Elettra Cavrini)

Esclamazioni – MAMMA MIA! Mi trovo su un autobus della S, quelli che si trovano dappertutto! WOOOOOOOOOW! È uguale a quello che ho preso ieri, anzi puzza di più! E siamo anche all’ora di punta, ci metterò una vita ad arrivare a destinazione! YEEEEEE! NOOOOOOO! Vedo una persona con il collo così lungo che dovrebbe essere classificato come giraffa e un cappello che sembra un palloncino sgonfio. ODDIO! Sta inveendo contro il suo vicino di posto. COOOOSA?! Lo sta accusando di spintonarlo?! HEY! Si è tuffato su un posto libero! FOOOOOORTE! WOOOOOOW! Sono alla Cour de Rome, davanti alla Gare Saint-Lazare. NON CI CREDO! È lui, la stessa persona che era sull’autobus 2 ore fa! Wow, ha un amico! Non si direbbe da una persona del genere! Il suo compare gli sta suggerendo di mettere un bottone in più al soprabito? WOW! Che consiglio utile! (Filippo Salvago)

Retrogrado – Ho visto un tipo che indicava alla sciancratura di un suo amico spiegandone il perché: “Dovresti farti mettere un bottone in più al soprabito”. L’ho incontrato alla Cour de Rome, davanti alla Gare Saint-Lazare. Due ore prima l’avevo visto buttarsi su un posto appena liberato. Il tizio era arrabbiato con un vicino e con tono lamentoso e con pretese di cattiveria lo stava rimproverando perché secondo lui l’uomo faceva apposta a spingerlo ogni volta che passava qualcuno per scendere. Il tipo aveva circa ventisei anni, cappello floscio con una cordicella al posto del nastro, collo troppo lungo, come se glielo avessero tirato. Eravamo in un’ora di traffico sulla S. (Alice Giupponi)

8° esercizio. L’esercizio (di stile) successivo è consistito in un lavoro di coppia. Lo stimolo letterario è arrivato, in questo caso, da un esponente di punta del “teatro dell’assurdo”, il drammaturgo rumeno Eugène Ionesco e, in particolare, da un passo tratto dal suo “La cantatrice calva” in cui due personaggi, il signor e la signora Smith, mettono in scena un dialogo surreale, fatto di battute apparentemente contraddittorie e prive di un filo logico a cui aggrapparsi per coglierne i nessi, il senso. La suggestione è servita ai ragazzi per cimentarsi nella scrittura condivisa (anche proprio nel senso che è avvenuta sullo stesso documento messo in condivisione online) di un dialogo sulla falsariga di quello ascoltato, ambientato però nei momenti immediatamente successivi alla scenetta dell’esercizio precedente. Un botta e risposta dove il compito di ognuno è stato cercare di condurre la scena verso un esito non dichiarato, di spingere affinché gli eventi prendessero una certa piega senza però che il compagno di coppia sapesse quale (e viceversa). Ne sono venuti fuori dei dialoghi in qualche caso esilaranti, “assurdi” per davvero, capaci di virare dal banale al surreale sfiorando il non-sense e attraversando il melodrammatico, il grottesco, persino l’action movie. Eccone tre.

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Amico del tizio con il collo lungo (A): “ Oggi sei molto carino. Mi piace come sei vestito e hai un buonissimo profumo!”

Tizio dal collo lungo (B): “Ma sei hai appena detto che non ti piace la posizione del mio bottone!”

A: “È vero, ma ti rende ancora più affascinante!” 

B: “Non so se offendermi…”

A: “Assolutamente no! Non potrei mai mentirti. Sei una persona troppo speciale ed importante per me”

B: “Ah… ma ci siamo incontrati ieri per la prima volta…”

A: “Il tempo non è importante…mi hai subito colpito e non smetto di pensarti” 

B: “Lo dici solo per il mio lungo collo… e poi sei un po’ inquietante amico… tra l’altro penso che- oh. Oh. Oh, cosa sta succedendo laggiù?”

A: “Invece il tuo collo lungo è così particolare che mi ricordi l’arcobaleno appena finito un temporale…ma di che parli? cosa stai indicando?”

B: “Sei gentile, ma tu mi parli di arcobaleni mentre rapinano quella banca! Chiama la polizia!”

A: “Non posso fare a meno di ammirarti, per questo mi sono distratto. Accipicchia!! Prendo subito il telefono allora” 

B: “Muoviti! Stanno scappando! Non ti distrarre! Oh, aspetta… la polizia non arriva! Dobbiamo intervenire!”

A: “Aiuto! E se i rapinatori sono armati? Meglio aspettare la polizia…”

B: “Non faranno mai in tempo! Amico, è giunto il momento di salutarci… se non torno, sappi che…. non ce la faccio… (sigh sigh)”

A: “NO! Non andare!! Prima ti devo confessare che… mi piaci! Mi hai proprio colpito al cuore con la tua personalità e il tuo lunghissimo collo! “

B: “Graz- oddio, oddio! Non sono io ad averti colpito al cuore, ma… un colpo di pistola! No! Cos’è tutto quel sangue? Ti prego, respira! Non lasciarmi, ti scongiuro!”

A: “Non… riesco a… parlare… aiutamiii”

B: “Ti prego… (sigh sigh)… Ti prego… Io… io… ti amo… non mi lasciare”

A: “Anche io…ti am-”

B: “Noooo….. Biiiiill! O forse era Mark? Non importa! Nooooo!”

(Giulia Tori e Margherita Fantini)

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1: Dovresti far mettere un bottone al soprabito…

2: No, non penso sia una buona idea…

1: Ma sei sicuro? Non è il caso andare in giro con un soprabito senza bottone, non ti si addice

2: Lo so lo so, ma ho intenzione di comprarne uno nuovo e non voglio spendere soldi per riparare un soprabito che non userò!

1: Allora sì, forse hai ragione… perché non andiamo adesso? Così magari ti aiuto a sceglierlo…

2: Guarda può essere una buona idea, ma adesso proprio non posso, devo andare a comprare un bottone per il soprabito vedi che si è staccato?

1: Ahh!!! È vero… non capisco come abbia fatto a non notarlo, di solito presto sempre attenzione ai dettagli… sai come è successo? Con soprabiti del genere è difficile che accada..

2: Guarda proprio non lo so, si deve essere scucito, penso che la soluzione migliore sia sostituire i bottoni con una lampo.

1: Ma perché allora non cambi totalmente giacca? Non so, puoi prendere una giacca a vento o qualcosa del genere…

2: Sì dai farò così, anche perchè non voglio spendere soldi per una giacca che non userò…

1: Hai perfettamente ragione, allora ti lascio ai tuoi acquisti… fammi sapere cosa hai comprato alla fine!

2: Certo, ti aggiornerò!

(Angelica Giannotti e Alice Giupponi)

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AMICO: Hey ciao come va?

TIPO STRAMBO: Ciao! Bene bene,ma perché devo cambiare il bottone?

AMICO: Perché l’ho detto io. Chiaro, brutto sgorbio insignificante? >:(

TIPO STRAMBO: No se non voglio mettere il bottone non lo metto, poi non mi piace nemmeno il colore.

AMICO: ATTENTO C’È BUGO DIETRO DI TE CON UN LANCIAFIAMME! Ah no scusa ho dimenticato di prendere le pillole per le allucinazioni da stress post-traumatico dovuto all’incidente con il gabbiano.

TIPO STRAMBO: Mi ero dimenticato del tuo impeccabile umorismo. Ecco perché siamo amici:-)

AMICO: Sì lo so, sono il migliore, modestamente. Ovvio che sono anche molto attraente;-)

TIPO STRAMBO: Beh, che dire, le allucinazioni mescolate all’egocentrismo non fanno bene alla salute.

AMICO: Nessuno mi dice cosa non fa bene alla mia salute, sono stato chiaro? L’ho già detto anche al mio medico, non mi importa quello che mi dice, io il vetro lo mangio quando voglio >:(

TIPO STRAMBO: Ok, domani andiamo dal medico deciso, troppo stress.

AMICO: NO! MAI! NON CI TORNO DA QUELLO LÌ. NON MI SONO SCORDATO QUELLA VOLTA CON IL MITRAGLIATORE E IL SATANISTA MANIACO!

TIPO STRAMBO: Ah che disgrazia! Stai oltrepassando il limite con le allucinazioni. Un medico maniaco e per giunta satanista con un mitra non me lo immagino proprio. Mi dispiace amico mio.

AMICO: Mh, forse hai ragione. Però comunque il vetro lo mangio!

(Filippo Salvago e Giulia Forlani)

9° esercizio. Il quinto incontro si è svolto all’insegna di un altro aspetto fondamentale della scrittura creativa: il punto di vista. La capacità di cambiare prospettiva, di osservare le cose da angolature insolite, di mettersi nei panni di qualcun altro o finanche di qualcos’altro, è un elemento che non può mancare nella cassetta degli attrezzi di un qualsivoglia scrittore (biblio- o meno che fosse). Punto di partenza letterario è stato in questo caso un racconto di Italo Calvino dal titolo “Mitosi”, contenuto nella raccolta “Ti con zero”, in cui viene descritta l’esperienza dell’innamoramento da parte di un organismo unicellulare, con tutto ciò che questo comporta in termini di scelte espressive, linguistiche, metaforiche. Lo sforzo che ognuno è stato poi invitato a fare è consistito nel parlare di sé immaginandosi come… be’, sì, come una verdura, scegliendo intanto quella che rispecchiasse meglio la propria personalità e le proprie caratteristiche psicofisiche, e raccontando quello che potrebbe succedere nell’ambiente circostante. I testi prodotti hanno assunto in molti casi la forma di veri e propri indovinelli, nei quali vengono forniti indizi sulla verdura in questione ma senza rivelarla (o magari rivelandola solo alla fine).

Tutti i giorni indosso una vestaglia arancione e me ne sto nella mia casetta insieme alle mie sorelle. Qua sotto si sta sempre bene anche durante l’inverno o quando piove, ma i miei capelli sono sempre fuori e si sporcano ogni volta che tira un minimo di vento. In compenso, non vengo quasi mai disturbata, se non quando qualche animaletto viene a ripulirmi il giardino. L’unica cosa che mi darebbe fastidio sarebbe finire in un minestrone o in un brodino insieme a un cavolo. Nessuna di noi che sta qui sotto lo sopporta. Si pavoneggia sempre perché sta lassù a prendere il sole e si sente superiore, ma non sa che tutti lo detestano. Per me il top sarebbe andare con un bel coniglietto, loro si che sono gentili e ci apprezzano sempre, anche se a volte fanno male con i loro dentoni. (Pietro Mascellani)

Buongiorno, sono Sofia. Mi dicono che posso piacere e non piacere. Talvolta sono un po’ pungente, ma in fondo ho un cuore tenero e sono molto buona, soprattutto nel risotto. La mia pelle può comprendere molte sfumature di verde. Metto sempre una gonna, la maggior parte delle volte verde, quando invece mi va di cambiare, ne scelgo una verde scuro con sfumature viola. Quando vengo regalata a San Valentino non sembra che il mittente abbia l’intenzione di fare un regalo romantico, perché il destinatario si mette sempre a ridere, almeno sono simpatica. (Sofia Vicariucci)

Quando si è sul punto di essere frullati, si dice che si rivivano come guardando attraverso la pellicola di un film tutte le stagioni della propria vita: l’estate appena trascorsa, il vivace inverno, il decisivo autunno e infine si ricorda l’ormai lontana primavera. La pellicola della mia vita, è molto lunga, gli attimi prima di unirmi al basilico e al parmigiano sembrano infiniti: l’estate è stata breve ma intensa, il mare di cui parla sempre me lo immagino come il brodo bollente, vorresti stare sempre lì, al caldo, mentre ti rilassi dopo che ti hanno fatto in mille pezzi; dopo questo attimo di calore e conforto il lungometraggio si ghiaccia, in quel periodo ho fatto varie amicizie e conosciuto altri colori, il rosso della patata di terra, il pel di carota, il viola di tropea e lo scuro… (Sveva Grisolia)

Mi sveglio con il suono assordante del gallo stonato che abita nella fattoria accanto e cerco di mettere a posto le mie foglie. Si spiegazzano sempre mentre dormo, che fastidio! Vedo che le punte delle foglie iniziano a curvare verso l’alto e capisco di dovermi calmare prima di ritrovarmi sbucciata. Vado a salutare mio marito. E’ strano come molte persone usino la mia specie come metafora per indicare coloro che non sono fidanzati. Il cugino di Karen è stato raccolto e regalato lo scorso febbraio, proprio davanti agli occhi di tutta la piantagione. Il ragazzo in questione era arrivato ridendo e l’aveva consegnato nelle mani dell’amico per scherzare, dopo aver strappato dal terreno il povero Jim urlante. È stato un duro colpo per Karen: Jim le mancava molto. O, almeno, è stato così fino a quando non è tornato sorridente spuntando dalla terra ieri pomeriggio. A proposito, meglio che mi prepari se non voglio che tutti vedano le mie foglie arruffate, ai festeggiamenti. (Giulia Tori)

IIIiaaaahhhhhhaahahahahammmm… se è faticoso crescere! Tutto accade troppo in fretta. Mi sembra di essere qui appeso da ieri ma sono già grandicello. No, aspetta, forse era davvero ieri che mi sono risvegliato quassù… va be’ poco importa. L’importante è concentrarsi per non arrabbiarsi. E vi assicuro che non è semplice restarlo ogni volta che vi arriva un pallone contro… Sì sono proprio loro, non so come facciano a correre, ma io sono qui, tutto tranquillo, e poi ouch, arriva la pallonata, e loro sembra che non ci badino nemmeno. Nonostante il mio precoce autocontrollo, non ce la faccio a non arrabbiarmi… e divento rosso, sì, rosso dalla rabbia. Ma per fortuna lentamente, dai, sono una brava verdura. I giorni passano e io divento sempre più grande, quasi da piegare quello strano ramo verde che mi tiene appeso e da cui mi arriva sempre ottimo cibo (anche se ieri la cena era un po’ insipida…), avvicinandomi sempre di più al terreno. Il caldo aumenta e i bambini giocano sempre più spesso. Risultato: sono ormai rossissimo. Ohhh i miei giorni sono quasi finti. Finalmente sto iniziando a capire che devo toccarlo quel terreno e lasciarci tutti i semi che ho dentro. Ma aspetta, NOOOOOOOOO! É lei, che si avvicina, ancora più grande dei tizi del pallone, con delle strane forbici in mano, forse cesoie, eeeeee nooooooo… ZAC! (Davide Amorati)

10° esercizio. Mettersi nei panni (o, per meglio dire, nella buccia) di una verdura è stato un modo per vedere se stessi sotto una luce diversa – e più nello specifico, secondo l’ordine degli esercizi sopra riportati, nelle vesti di una carota, di un carciofo, di una zucchina, di un altro carciofo e infine di un pomodoro. Ma cosa accadrebbe se si volesse descrivere se stessi dall’esterno e non più dall’interno, tramite ad esempio la prospettiva di un oggetto d’uso quotidiano? È quello che abbiamo provato a fare con l’esercizio successivo, in cui ognuno è stato invitato a parlare di sé ma stavolta dal punto di vista di un oggetto presente nella propria camera. L’effetto cercato è stato quello del cosiddetto “straniamento”, suggerito ai ragazzi attraverso la lettura di un celebre racconto di fantascienza, “Sentinella” di Fredric Brown, in cui il rovesciamento di prospettiva è tale, alla fine, da lasciare sbalorditi, “straniati”, per l’appunto. Le scelte dei ragazzi sono state ingegnose e in qualche caso inaspettate, e qui ne proponiamo un (pur parziale) assortimento.

Finestra – Ogni giorno sono costretto ad andare a dormire e svegliarmi di questo pazzo. Mi chiedo quando riesca effettivamente a riposarsi perché alle due è a letto e alle sette è già in piedi. […] Non posso fare altrimenti perché sono la sua finestra e vengo illuminata o dalla sua stupida lampada o dalla luce mattutina. Lui nonostante tutto ciò è paurosamente produttivo ogni giorno: non sta un secondo fermo e il suo muoversi troppo mi dà molto fastidio. In più mai si degnasse di pulire un attimo camera sua, la sua finestra, mai! Ma devo anche riconoscere che è molto carino con gli altri tipi della sua specie e sembra divertirsi in quello che fa, qualsiasi cosa faccia. O si mette a parlare davanti ad un arnese luminoso o si mette a girare con fogli bianchi sui quali scrive simboli molto piccoli. Vederlo da qua, si ha la visuale perfetta, purtroppo per me. Una sola volta l’ho visto molto giù e nonostante sia il mio peggior nemico mi è dispiaciuto. Era tornato quasi piangente con un vestito che non mette mai se non la domenica, con colori chiari e sgargianti. si svestì velocemente e si buttò sul letto distrutto, avvolto dai cuscini che però non lo confortano. i suoi singhiozzi rimbalzarono sulle pareti della camera fino ad essere cullate dal suo un sonno tormentato, che si spense dolcemente. non capirò mai cosa gli fosse successo, ma credo non l’abbia capito neanche lui. Dopo un paio di giorni si riprese, ma assunse un’aria diversa, che nessuno riconosceva più. Era più tetro e iniziai ad apprezzarlo di più. (Anton Popov)

Computer – Chissà cos’è successo? Fino ad un anno fa lo vedevo pochissimo, un paio d’ore se andava bene, e se lui non aveva altro da fare, o se era eccitato per una nuova serie Tv. Ora invece non mi molla un attimo. Si sveglia la mattina e dopo essersi lavato e vestito comincia a fissarmi. Lo fa per ore, senza quasi mai smettere. Con la sua aria assorta, la bocca un po’ aperta, gli occhi che vagheggiano, le dita che giocano con i capelli, insistentemente. Probabilmente non sa neanche che fa queste cose, e non sa che noi nella stanza le vediamo. Sicuramente non si è mai chiesto come noi oggetti elettronici lo guardiamo e lo ascoltiamo. Gli umani sembrano non sapere che possiamo capirli, anzi che li capiamo meglio di come si capiscono loro stessi. Ma tornando a lui… Anche adesso mi sta fissando. Sta scrivendo qualcosa battendo sui miei tasti. Lo fa spesso. Ha sempre qualcosa da scrivere. Ogni tanto sbircio: a volte mi intriga quello che leggo, altre mi annoia, perché sono solo battute stupide che condivide con i suoi amici. Aspettate un po’ che leggo cosa sta scrivendo ora… “chissà cos’è successo? Fino ad un anno fa lo vedevo pochissimo…” Ehi, aspetta. Queste cose le ho pensate io un attimo fa. Coma fa a sapere cosa penso? Vedo che continua a scrivere… Appena penso qualcosa lui la digita. E’ quasi istantaneo. E’ incredibile. Penso di avere rivalutato gli umani. Possono capire noi oggetti non biologici. Come ha fatto Daniel a fare questo salto, questo trascendimento, questo volo nell’oltremondo? Sarà stata la sua fantasia? Mi chiedo chi abbia stimolato così tanto la sua capacità di proiezione da arrivare a questo… (Daniel Ghinello)

Specchio – Al mattino, quando il sole è sorto da giusto un paio d’ore e la stanza è debolmente illuminata da raggi di luce che attraversano le fessure della persiana, la vedo svegliarsi di soprassalto, contrariata nel sentire il suono stridulo della sveglia. Normalmente si alza, rifà il letto frettolosamente e poco dopo si volta verso di me. Mi guarda, anzi, mi scruta con un’espressione concentrata che mi mette terribilmente in soggezione. Talvolta appare disgustata, mentre altre abbastanza soddisfatta, e nel frattempo si sistema i capelli e si trucca gli occhi. Alcune delle espressioni del suo viso sono del tutto ridicole, ma in ogni caso mi trattengo sempre dal ridere. Tempo fa, decideva di lasciarmi in pace e togliermi finalmente dall’imbarazzo, perciò usciva dalla stanza con uno zaino in spalla e spariva per diverse ore. Ora non abbandona mai questa camera, e di tanto in tanto si alza dalla sedia e torna a guardarmi con la solita insistenza, nonostante i suoi occhi paiano molto più affaticati. (Emily Middelhoff)

Bicchiere per pulire i pennelli – Ero un semplice bicchiere pieno d’acqua. Prima stavo sempre in cucina, ammiravo i deliziosi piatti dall’aspetto succulento ed ero sempre pulito. Un giorno, la ragazza, quella coi capelli ricci, che penso sia la figlia maggiore, mi prese brutalmente, strappandomi dal mio cassetto per portarmi in camera sua. La prima cosa che ho pensato è che volesse bere, tuttavia la mia acqua non fu usata per quello scopo. Un pennello fu immerso nell’acqua e, rigirandolo al mio interno, cominciò a farmi il solletico. La ragazza cominciò quindi a passare il pennello su un foglio, con fare ispirato, ricordo che si stava grattando il mento. Io mi guardai e, con orrore, mi resi conto che la mia acqua era diventata verde! Da quel giorno non fu più lo stesso. La mia acqua arrivò a diventare di color nero pece e più la ragazza intingeva il pennello, più mi sentivo male. Ogni volta che cambiava l’acqua al mio interno, non si sforzava neanche di pulire le chiazza lasciate dal colore! Che maleducata. Le mie prime esperienze furono traumatiche, ma ben presto cominciai ad apprezzare il mio aspetto alternativo, sicuramente diverso dagli altri bicchieri. Sono sempre sulla sua scrivania e la vedo sempre davanti all’IPad, concentrata. Sta cominciando a starmi simpatica, e di recente mi ha procurato anche un amica tazza, perennemente piena di caffè. Forse qui non è così male! (Sofia Vicariucci)

Carillon – È curioso quanto sia cambiata questa umana da quando l’ho vista per la prima volta. All’epoca era una bambina. Aveva scartato la carta e, vedendomi, il volto le si era illuminato di una luce che non conoscevo. Avevo riconosciuto subito la sua forma: due braccia, due gambe, capelli lunghi e la pelle bianca. Doveva essere una ragazza. Era molto simile alla mia ospite, la ballerina Layla,  ma aveva qualcosa di diverso… la sua pelle era morbida, al contrario di quella di cera bianca che caratterizzava Layla. Da quel momento, quella strana creatura ha cominciato ad affidarmi tutti i suoi beni più preziosi: lettere, gioielli, persino oggetti apparentemente di poco valore, ma che lei custodisce con gelosia. Li ho tenuti e protetti per tutti questi anni sulla mia superficie vellutata, solo per vederla, ogni tanto, aprire il coperchio con quel suo faccino sorridente, felice quanto me di incontrarci di nuovo. L’ho vista crescere e cambiare, ma sono fiera di ammettere che spesso si siede ancora a contemplare quegli stessi oggetti, aumentati negli anni, e ad ascoltare la mia dolce melodia. (Giulia Tori)

11° esercizio. L’ultimo incontro si è aperto con una richiesta lanciata a tutti senza preavviso: indicare ciò che nella propria vita si ritiene di più importante e irrinunciabile, sia esso un valore, una passione, un hobby, un sentimento. Il perché non è stato rivelato subito, avendo a che fare con l’esercizio successivo. Quello in questione, invece, ha riguardato un’altra abilità fondamentale per ogni scrittore, vale a dire lo scavo psicologico, il saper entrare quanto più in profondità nella mente di un personaggio. E ciò vale per i protagonisti delle storie, certamente, ma anche e forse soprattutto per gli antagonisti, i quali risultano tanto più credibili quanto più motivate sono le loro scelte e, per quanto esecrabili, le loro azioni. Il che non vuol dire giustificare o scagionare certi comportamenti, ma tentare piuttosto di comprenderne i perché invece di etichettare sbrigativamente un antagonista come “cattivo”, “malvagio” per indole e non per le umane circostanze che ne hanno plasmato il carattere. L’esercizio è consistito dunque nel rinarrare una storia a scelta nell’ottica dell’antagonista, di fare “l’avvocato del diavolo” anche a costo di difendere l’indifendibile, prendendo spunto dall’encomio che scrisse Gorgia, antico filosofo greco, a favore di Elena, da tutti considerata colpevole per aver scatenato la guerra più sanguinosa dell’antichità. Anche in questo caso le scelte dei ragazzi sono state fantasiose e variegate, andando a coprire un immaginario capace di spaziare dal fantasy alle fiabe della tradizione orale, fino a scomodare nientemeno che il male con la maiuscola. Eccone una carrellata.

Scar – Leone senza scrupoli, questo personaggio dell’universo Disney è entrato a far parte delle nostre vite come “cattivo”. È davvero così? Scar certamente ha commesso azioni terribili, certamente si è macchiato di alcune colpe, ma sono davvero così imperdonabili? Beh, per rispondere a queste domande dobbiamo analizzare i motivi che hanno portato questo leone, ritenuto da tutti colpevole, a commettere azioni di tal genere. Cosa voleva Scar? Perché si è comportato così? Scar voleva affetto, Scar voleva che il fratello lo riconoscesse come degno membro della famiglia. Scar voleva entrare a far parte della vita del branco. Aveva senza dubbio forti ambizioni, ma quale leone non le ha? E Mufasa, integerrimo capo branco, invece di ascoltare il fratello, invece di tentare di comprenderlo l’ha allontanato. L’insofferenza di Mufasa nei confronti di Scar è ciò che ha portato quel piccolo leoncino dal carattere così volubile a non sentirsi amato. È Mufasa la vera causa della presunta cattiveria di Scar, Mufasa che lo ha schernito e rinnegato. Scar non voleva arrivare a questo, non voleva suscitare una tale rivolta. Lui voleva l’amore del fratello, di un fratello che lui amava tanto ma che pensava solo a sé. Viene dunque da porsi alcune domande. Chi è il vero ambizioso dei due: Scar, che cercava l’appoggio del fratello, o Mufasa, che non si è minimamente interessato a quel piccolo leoncino che lo venerava? Chi è il vero egoista? Chi il vero colpevole? Quel giorno, quel terribile giorno, Scar non aveva pianificato l’assassinio del fratello. Ha fatto accorrere il figlio in quel dirupo, dirupo dal quale però Simba si è salvato. Non l’ha mandato dunque in una trappola mortale. E inoltre aveva informato Mufasa di quel pericolo, quindi Simba era salvo. La morte di Mufasa è stata una tragica conseguenza di un’azione, è vero, non meritevole, ma il nostro Scar non aveva pianificato tutto ciò. E nel trambusto generale, Mufasa è scivolato. Scar non l’ha salvato, ma se l’avesse fatto chi ci assicura che si sarebbero salvati entrambi? Chi ci assicura che non sarebbero caduti entrambi? Chi che l’egoista fratello non l’avrebbe tirato giù con lui? Dunque, chi siamo noi per accusare questo leone che voleva soltanto l’amore del fratello e che ha pensato di non rischiare la propria vita per prendersi cura delle donne del branco? (Angelica Giannotti)

Saruman – State dunque insinuando che potesse resistergli? Pur essendo il mago più potente del consiglio era impossibile che ci riuscisse, essendo Sauron superiore sia come natura sia come forza a lui disponibile. Poi notate cosa è bastato a farlo vacillare. Ecco, se una singola pietra, un palantir, è bastata a corrompere Saruman, di così alto valore, allora nessuno, se non simile a Sauron per natura, avrebbe potuto resistergli. E se fosse stato cosciente del male verso cui stava andando? È da escludere, proprio perché è Sauron che l’ha cercato, che ha fatto salire dentro un animo che seppur alto era umano la scintilla del male. Dite dunque che egli ha colpa? Aveva alternativa, per esempio, a guidare gli uruk hai verso il Fosso di Helm? Come una pedina poteva solo obbedire, succube di uno più grande di lui. In definitiva possiamo affermare che Saruman ha compiuto gli atti che doveva, che qualcun altro voleva che compisse e lui, giustamente impotente, ha operato, almeno cercando di fare al meglio ciò che il fato aveva voluto per lui; egli non è quindi in alcun modo colpevole. (Davide Amorati)

Strega di Biancaneve – Povera Regina, aveva il suo amato Daniel, ma per colpa della madre Cora, lei perse tutto come d’abitudine dato che era sempre sotto l’influenza maligna della regina dei cuori ovvero sua madre che fin da piccola le aveva pianificato la vita, eliminando tutta la concorrenza. E fu così anche con Daniel. Quando un giorno Regina stava cavalcando sul suo cavallo bianco, vide una dolce bambina in difficoltà e la salvò, ma non sapeva che quella bambina era Biancaneve, la figlia del re. Quando la madre venne a saperlo, decise di uccidere Daniel così Regina lo avrebbe dimenticato e avrebbe accettato di sposare il re affinché lei come la madre della futura Regina avrebbe ottenuto tutto il potere e rispetto del mondo. E la dolce e ingenua Regina si ritrovò da un giorno all’altro sola, senza il suo amato Daniel. e voi come Regina non avreste cercato un colpevole per questa disgrazia?  non avreste dato la colpa alla figlia del re, che se non l’aveste salvata forse il re non avrebbe mai chiesto la sua mano e sua madre non avrebbe mai ucciso Daniel? E’ così sbagliato incolpare qualcuno e odiare qualcuno che pur indirettamente  ti ha rovinato la vita e ti ha tolto l’amore? No, ed è per questo che Regina diventò cattiva e cercò di rovinare la vita a Biancaneve, per vendicarsi del torto che le aveva fatto. (Nicole De Socio)

Lucifero – Cosa credete sia a dover decidere il giusto e lo sbagliato? Non è un qualche uomo con la parrucca e il martelletto, né i pinguini con il petto gonfio che dicono di guidare le nazioni. E’ la parola. Per dimostrarlo mi affiderò ad un caso famosissimo, noto a chiunque quasi da quando nasce, quello di Lucifero. Che sia fantasia o realtà, non importa, la parola percorre entrambe e può cambiarle. E’ facile vedere il vecchio diavolo come il sommo male, l’eterna tentazione, il fuoco che divora ciò che di buono c’è al mondo. E’ meno facile accettare la verità che sta dietro alla sua storia. Forse pochi sanno che Lucifero è precipitato dall’Empireo, la mente di Dio, per aver cercato la libertà. Non ha cercato la distruzione, ma la creazione. Non accettava la stasi di ciò che già c’era. Chi di noi, rinchiuso in una stanza, non vorrebbe uscirne? Chi di noi, se alla mercé di un altro, non vorrebbe diventare autonomo? Ammettere che Lucifero è il male significa ammettere che lo è la libertà. E’ vero questo? Per scoprirlo basta capovolgere il ragionamento: è forse giusto sottomettere gli altri, o accettare di venire sottomessi? La risposta a questa domanda immagino la sappiate. C’è ancora un’altra cosa. Si potrebbe obiettare che sottomettersi a Dio, che conosce il nostro bene meglio di noi stessi, significa scegliere il bene per sé. Ma se Dio è allora onnisciente, perché non ha prevenuto la ribellione di Lucifero? E se é talmente potente da creare una volontà che gli si opponga, perché non evitare che le idee rivoluzionarie di Lucifero si insinuassero nel cervello diabolico? L’unica risposta, se perseveriamo nella affermazioni precedenti, deve essere che Dio ha deciso di creare Lucifero, di creare il male. E se, come molti affermano, Dio è in ogni cosa, è logico allora che Dio sia anche in Lucifero, nella sua eterogenesi, nel suo allontanamento dal bene, nella tentazione, nel peccato, nel male. (Daniel Ghinello)

Voldemort – Voldemort è considerato da tutti il mago più malvagio di sempre, visto come un mostro, ma si tratta solo di un ragazzo che non ha mai ricevuto amore nella sua vita; in ogni posto in cui ha vissuto nella sua giovinezza, tutti erano terribilmente gelosi delle sue abilità magiche più elevate rispetto a quelle degli altri. Sì, lo so che ciò non giustifica tutte le morti a cui ha preso mano per ottenere potere, ma come tutte le ideologie e i valori che in noi non sono innati, ma lo impariamo da altri; il saper riconoscere cos’è giusto e cos’è sbagliato e l’amare, a lui non sono mai stati insegnati. Certo la maggior parte di voi pensa  che sarebbe stato meglio che si fosse tolto la vita e non l’avesse tolta ad innocenti,ma provate a mettervi nei panni di una persona che ha sofferto per tutta la vita, riterreste veramente giusti che dopo tutto questo dolore dobbiate essere voi a morire? Questa è la stessa domanda che si è fatto Voldemort, un uomo che ormai non crede più all’amore, che trovava la felicità solo ottenendo potere. Bellatrix Lestrange secondo me non è una strega orribile, come viene descritta da tutti, tutto quello che fa lo fa per ordine del signore oscuro, perché lei purtroppo non ha scelta. In merito all’accusa della tortura della ragazza Hermione Granger, la studentessa ha ammesso di aver rubato la spada dell’accusata, e ha affermato di non aver risposto alle sue domande. Quindi mi sembra ovvio che la signora Lestrange abbia dovuto ricorrere alla tortura per estorcere informazione alla signorina Granger; in un momento di guerra e necessità come questo, non c’è spazio per bugie o ladri. Ribadisco infine per l’ultima volta che la Signora Lestrange ha agito non per cattiveria, ma per sopravvivenza, perché anch’essa è un essere umano come noi e va trattata come tale. (Giulia Giusti)

Shere Khan – Shere Khan, considerato nell’immaginario collettivo come la più feroce e cattiva tigre della giungla, è in realtà un personaggio che ricorda a tutti noi la violenta impronta che l’uomo ha lasciato sulla natura, disboscando le foreste, uccidendo gli animali, inquinando le acque. Lui è il re della giungla, colui che deve preservare tutte le forme di vita che crescono al suo interno. È quindi legittimo il suo desiderio di voler vedere lontani gli umani, che con le loro azioni non solo hanno minacciato l’ecosistema in cui vivono gli animali, ma hanno spesso utilizzato violenza contro di loro. è proprio questa paura che spinge la tigre ad agire contro Mowgli e il suo villaggio, la paura cieca  di vedere non solo la propria vita, ma anche quella degli altri, in pericolo. E non è forse questo istinto di sopravvivenza che ci da’ la possibilità di vivere? Non è forse la paura  ciò che ci mantiene in vita di fronte ai pericoli e che ha reso possibile l’evoluzione della stessa specie umana, la nostra? (Margherita Fantini)

Ezechiele – Povero il lupo, aveva solamente un po’ di fame. Voleva soltanto qualcosa da sgranocchiare, ma in quella pianura desolata non c’era nulla! L’unica cosa che vide erano tre capannine e, giustamente, pensò subito che all’interno ci sarebbe stato qualcosa da mangiare. Però quando aprì la porta delle prime due casette, gli animalacci che c’erano all’interno scapparono subito a rifugiarsi nella terza. Una volta entrati nell’ultima capannina, il lupo non riuscì più ad aprire la porta e rimase chiuso fuori, affamato e stanco. Nel frattempo, i tre maialoni se la ridevano e si burlavano dell’affamato lupo. Quest’ultimo, ormai stremato dopo aver cercato in mille modi qualcosa da mangiare, se ne andò, ringraziando almeno di non esser stato ingiustamente punito come suo cugino, il quale venne fatto affogare dopo aver cercato di fare amicizia con sette antipaticissime caprette. (Pietro Mascellani)

Lupo di Cappuccetto Rosso – Per quanto ingurgitare un essere umano vivo, attirato peraltro con l’inganno, non sia un’azione lodevole, il lupo della favola di Cappuccetto Rosso non è del tutto da biasimare. Prima di tutto dobbiamo ricordare che la madre di Cappuccetto Rosso aveva ben raccomandato alla figlia di non attraversare una determinata strada; lei, trasgredendo, ne ha solo subito le conseguenze e il selvaggio animale le ha prontamente dato una lezione. Inoltre il lupo, in quanto essere vivente, deve in qualche modo nutrirsi, come da leggi di natura. Perché la nonna di Cappuccetto Rosso ha il diritto di farsi portare il cestino con il pranzo da sua nipote e il lupo deve morire di fame? Infine, a volerla dire tutta, Cappuccetto Rosso e la sua nonnina non sono le uniche vittime: ricordando il finale della favola, per salvare le due protagoniste, un cacciatore spara al lupo, ferendolo gravemente. Allora la colpa è solo del lupo? Decisamente no, dal momento che il cacciatore ha la responsabilità dello sparo e Cappuccetto Rosso e la nonna hanno peccato di imprudenza. (Sofia Baiesi)

Thanos – Come si può trovare anche solo una cosa buona, generosa o sensibile in Thanos, colui che ha sterminato metà del mondo con un semplice schiocco di dita. Non ci dobbiamo soffermare sulle conseguenze del suo gesto, ma bisogna cercare le ragioni di un gesto così estremo. Voleva solo sanare l’universo; attenzione non sterminare l’intero universo per gioco o per ripicca ma per la scarsità delle risorse. La sua intenzione, infatti, era quella di dimezzare la popolazione per dare la possibilità ai restanti di vivere più serenamente e più a lungo. Inoltre il criterio di sterminio è stato puramente casuale; Thanos è come un dio super partes, non ha interessi né economici né politici né personali, è al di sopra di tutto e compie il gesto con estrema pace nell’animo. (Camilla Graziani)

12° esercizio. Dopo Gorgia, restando nell’ambito della filosofia greca, per l’ultimo esercizio dell’ultimo incontro siamo andati a scomodare Platone e il Socrate dei suoi dialoghi. Quello intitolato “Teeteto”, più specificatamente, del quale abbiamo letto un passo in cui Socrate prende in considerazione un’ipotesi teorica salvo poi, nel giro di poche battute ben piazzate, rovesciarla – mettendo peraltro in crisi le certezze dell’interlocutore. Esempio pratico, questo, di come funziona il suo metodo maieutico, servito da spunto affinché ognuno provasse a mettere in crisi le proprie, di certezze. Una in particolare: quella indicata a inizio lezione. Come? In coppie, mettendo in scena un dialogo con l’obiettivo di argomentare contro ciò che prima era stato posto come irrinunciabile, e cercando al contempo di convincere l’interlocutore sulla bontà non delle proprie, bensì delle altrui certezze. Ecco di seguito alcuni scambi.

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– Non hai idea di quello che ti sto per dire…

– E che cosa stai per dire?

– Ero ad una visita medica e un altro paziente si è permesso di darmi del Lei… non capisco, ora per questione di “rispetto” lo usano tutti… ma io penso… non lo vedi che ho 16 anni?

– Avrai 16 anni, ma è comunque una forma di rispetto. Non è mica un tuo amico? Oppure lo conoscevi?

– Certo che non lo conoscevo! Non sarei nemmeno qui a parlartene. E poi basta tutta questa educazione, non sentirti in dovere di parlarmi in questo modo. Il rispetto è la rovina della nostra società, è utile solamente ad allontanare le persone.

– Ma che cosa hai bevuto stamattina? Io sentirmi in dovere di darti del lei? Ma se ci conosciamo. Dico solo che se non conosci una persona dagli del lei e basta. Fai la figura di quella educata. Pensa se non ci fosse rispetto, se non si desse del lei, allora tutti ti insulterebbero e avrebbero la scusante : il rispetto non serve a niente. Magari è pure un giovane ragazzo carino a cui interessi e che vuole conoscerti meglio. Non essere così dura.  

– Ma cosa stai dicendo, non si può sentire questo discorso. Tu piuttosto, dimmi cosa ti infastidisce… il rispetto per me è insopportabile. Non pensare di rispondere con educazione e pacatezza, odio questi modi. 

– A posto guarda, allora ti posso mancare di rispetto, perfetto! Però poi non piangere se ti offendo. E vuoi sapere cosa mi infastidisce? Io che speravo che la tua visita medica fosse andata bene e tu non mi dici niente di quella e invece mi racconti di un paziente educato che ti ha salutato. Questo mi da fastidio e mi da fastidio anche il fatto che tu trovi il rispetto insopportabile. Ma ti piacerebbe se qualcuno per strada ti fermasse e ti facesse del male? Magari ti piacerebbe dato che odi il rispetto!

– Vedi come sei… io ti ho solo fatto una domanda, tu mi hai portato addirittura rispetto. Ripeto, magari così sarà più chiara la domanda. Se il rispetto non ti infastidisce, allora parlami di ciò che non sopporti tu! Cosa sarà mai? Sicuramente qualcosa di scontato… le amicizie false, la maleducazione? L’amore? In ogni caso, se sei contenta di sentirlo… la mia visita è andata bene. Non permetterti più di chiedermi una cosa del genere, stai oltrepassando il mio limite di sopportazione.

– Dato che sto superando il tuo limite di sopportazione non ti dirò cosa non sopporto io! 

– Se vuoi che te lo dica chiedimelo gentilmente e con rispetto, ah ah ah!

– Te lo giuro sei insopportabile. Ti mascheri sempre dietro a questo comportamento. Sei diventata schiava della società, di quella che tutti chiamano la “buona educazione”. Sii onesta e vera per una volta e dimmi cosa ti infastidisce, una buona volta! Tanto lo so come sei, dopo che quel ragazzo ti ha rifiutata il tuo rapporto con il tema dell’amore è nettamente cambiato. Non starò rispettando la tua persona ma almeno sono onesta e vera. Ti provoco così magari ti deciderai a darmi una risposta.

– Non sono insopportabile! Sei tu che non sei tollerante! E poi non è vero che per colpa di quel ragazzo io ho cambiato opinione sull’amore. Semplicemente ho aperto gli occhi, l’amore è inutile. Nella vita dipendi solo ed esclusivamente da te non da un altro. E l’amore è scontato, tanto dopo 1 anno di matrimonio si divorzia subito, non dura neanche una volta finito il periodo della cosiddetta “Luna di miele”.  All’inizio sono tutti carini e ti amano, e poi dopo due secondi gli stai già sulle scatole. Se questo è amore allora io sono Shakira!

– Grazie, apprezzo il fatto che tu mi abbia risposto. Guarda quanto rispetto.

– Almeno finalmente mi porti rispetto, ah ah!

(Nicole De Socio e Elettra Cavrini)

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– Ma perché non ridi mai?

– Ritengo che la risata sia solo una facciata…qualcosa di falso ed imposto.

– Ho capito, ma ridere fa bene. è un modo per esprimere le proprie emozioni.

– Come faccio a liberarmi delle mie emozioni sfogandomi in un gesto forzato? le poche volte che rido.. beh, sono tutte risate di convenienza.

– Beh, non ti è mai capitato che qualcosa ti sorprendesse a tal punto da scatenare in te una reazione sconvolgente? 

– Certamente! ma non ritengo che la risata sia un modo possibile di manifestare la mia eventuale felicità.

– Ma come la manifesti la tua felicità? La felicità è anche una bella risata in compagnia.

– Questo è un segreto, una cosa privata, perciò ti consiglio di usare l’immaginazione per provare a risolverlo.

– L’immaginazione?! Ma no, l’immaginazione è una brutta bestia. Ti porta fuori strada, se immagini finisci male in questo mondo.

– Affatto, io ritengo che sia indispensabile lasciarsi trasportare in altri mondi e fantasticare, sennò come ti distrai dalla quotidianità?

– Esistono mille modi per distrarsi dalla quotidianità: come trovare degli hobby che ti impegnino la giornata, o uscire con gli amici a farsi due risate in compagnia. Non puoi estraniarti dal mondo, neanche per un minuto, ti potrebbero capitare cose terribili.

– Ma non è possibile stare sempre così attenti ad ogni passo valso, sai certe volte qualche evento spiacevole e improvvisato può risultare una svolta. Non si può essere così ansiosi e organizzati… si deve lasciare spazio all’inventiva.

– Sono d’accordo con te che non bisogna sempre preoccuparsi di fare passi falsi, io infatti spesso e volentieri invece di astrarmi dal mondo preferisco farmi una bella risata sulla vita.

(Alice Muzzi e Camilla Graziani)

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A: Credo che la felicità sia un valore inutile, non serve a niente, l’importante è vivere, senza farsi troppi problemi.

L: Ritengo che la musica sia qualcosa di effimero e di superfluo nella vita di tutti i giorni. Senza di essa la quotidianità continua a scorrere senza grossi scossoni e cambiamenti e la vita procede secondo il suo disegno.

A: Ma no! la musica è capace di risollevarti quando ne hai bisogno, di farti sentire compresa, di esprimere le tue emozioni… non è affatto qualcosa di superfluo e inutile.

L: Non dire così, la felicità è necessaria, o almeno la ricerca di essa; serve a dare un senso e uno scopo alla vita e, soprattutto, a non perdere la speranza nei momenti di difficoltà. La ricerca della felicità secondo me è una reazione istintiva che ci consente di non rassegnarci agli eventi negativi che pure accadono.

A: Mmm… non ne sono convinta. penso che la ricerca della felicità sia una missione che tutti si impongono di portare avanti, ma alla fine fidati che non si raggiungerà niente. infatti passiamo tutta la vita a cercare di essere felici, ma chi ci riesce veramente? 

L: Riguardo alla musica, cerca di apprezzarla maggiormente, perché fidati, se credi nella felicità, questa può dartene un assaggio.

A: Anch’io mi permetto di darti un piccolo consiglio, cioè quello di non desistere mai dalla ricerca della felicità, perché è la condizione necessaria, secondo me, per rallegrare “musicalmente “ la vita, altrimenti monotona e spesso crudele.

L: Accetto il tuo consiglio, ma credo che non sprecherò la mia vita a cercare qualcosa che credo che non arriverà mai, semplicemente, proverò ad accoglierla nel caso in cui si presenti alla mia porta, tutto qui. Piuttosto, se proprio voglio concedermi qualche momento in cui voglio sentirmi bene, ascolterò un po’ di musica, cosa che consiglio anche a te.

A: Proverò anche io a seguire il tuo consiglio, anche se non crederò mai veramente nel valore della musica.

(Annachiara Di Trapani e Laura De Sanctis)

E con quest’ultimo esercizio si è concluso il primo modulo del primo laboratorio di Biblioscrittura. Il secondo modulo ha riguardato invece la narrativa, i personaggi, le storie, le tecniche per costruirne. Anche in questo caso i “biblioscrittori” hanno prodotto, sia in gruppo che individualmente, dei testi interessanti e di prossima pubblicazione. Con l’auspicio che altri laboratori seguiranno negli anni a venire!

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